Ca’ di Fra’ e Galleria 13, questi gli espositori che nei padiglioni di Arte Fiera a Bologna, hanno presentato i lavori di un grande maestro della fotografia: sto parlando di Nobuyoshi Araki ,artista controverso quanto affascinante che ha saputo fare del corpo femminile il centro del proprio mondo poetico.
Nato a Tokyo nel 1940, Araki si avvicina sin da bambino al mondo della fotografia grazie ad una macchina fotografica ricevuta in regalo dal padre, all’età di dodici anni. Dal gioco partono le sue prime esperienze, una passione che influirà direttamente nei suoi studi in fotografia e cinema presso il Dipartimento di Ingegneria della Chiba University, per concretizzarsi poco più avanti nelle prime mostre degli anni ’60, che incontrano fin da subito i primi riconoscimenti. Quella di Araki è una visione erede delle trasformazioni sociali e dei cambiamenti culturali che hanno investito il Giappone a partire dal dopoguerra, dallo sviluppo economico a quel fenomeno di urbanizzazione che hasaputo contribuire in modo decisivo alla rinascita di questo paese. Ma ciò che affascina lo sguardo attento di un amante della fotografia non può che essere quel mondo appassionatamente soggettivo, vibrante di tutto quel che l’artista sembra sfiorare e che emerge scatto dopo scatto: dalla donna, valorizzata nelle sue forme dall’antica pratica giapponese dello Shibari, fino agli episodi rubati nei locali a luci rosse di Tokyo o nelle scene di strada, rivelazioni di una città che non dorme mai. Una Pentax 6×7, quella usata spesso dall’artista, a fare da cronaca di un vissuto configurandosi come misurazione ottica dei luoghi, delle persone e di quei momenti che tornano continuamente a suggestionarne la memoria. Ne è un esempio Sentimental Journey (1973), un reportage fotografico in cui egli racconta il suo matrimonio e la luna di miele assieme alla moglie, Yoko Aoki, scomparsa prematuramente alcuni anni dopo. Come emerge dal tono intimista degli scatti di questi anni, la donna è ciò che più orienta la sua introspezione, attraverso lo studio del nudo, esplorato in tutte le sue sfaccettature. L’artista, con le sue modelle, dirige i modi di essere fotografati ed è qui che l’antico rito della legatura del corpo con corde acquista un ruolo particolare.

È nella serie dei Bondages (1979), nudi che ritraggono donne legate, appese e talvolta imbavagliate in cui egli dimostra come la corda sia partecipe stessa dell’atto creativo: anima, immobilizza, sottolinea le forme, costituisce una trama che sappia comandare il corpo con dolcezza, rievocando l’antica tradizione dello Shunga ed i dipinti erotici del periodo Edo. In questo senso non si richiama solo all’antica arte giapponese della famosa stagione della ‘pittura della primavera’, ma attraverso la fotografia si conferisce al corpo il valore di prodotto artistico capace di coinvolgere direttamente lo spettatore, talvolta affascinato ed intimidito da quei nudi, il tutto nella logica di una forma di body art complessa. Il gioco del movimento è complice anche dell’istantaneità dello scatto. Frequente risulta essere, da parte del fotografo, l’uso delle polaroid accostate alle foto in studio, come anche la stravagante presenza di bambole e pupazzi a richiamare ironicamente il mondo dei Kaiju, quei mostri mitologici – l’ immancabile Godzilla!– espressioni di angoscia nei confronti del complesso mondo in cui ci si trova a vivere ogni giorno.

Ecco quindi che, come l’eros, anche la morte entra partecipe nell’universo di Araki. Ne è un esempio Flowers (1985/2008), ciclo dai colori sgargianti in cui la figura della donna viene accostata a quella dei fiori come a celebrare la bellezza e, nello stesso tempo, la caducità di ciò che è destinato a sfiorire: camelie ed orchidee sono colte nel periodo della loro piena fioritura, un attimo prima di appassire, in un gioco che partecipa al viaggio della vita, evocando piaceri e sofferenze, vita e morte, caducità ed energia.
La fotografia per Araki? Un mezzo per indagare ogni aspetto della fenomenologia dell’erotismo femminile, che non lascia mai spazio a banali interpretazioni voyeuristiche, ma piuttosto si caratterizza come parte attiva del processo creativo, senza però esserne il fine ultimo. Il tutto per arrivare ‘all’essenza delle cose’, nonostante l’universo femminile rimanga un mistero continuamente da esplorare.


Anita Sarti

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