5.2- Nuove identità per vecchie culture

Lo scontro fra modernità occidentale e preservazione culturale islamica non poteva che sfociare nell’insieme di scontri che possiamo identificare come primavera araba. Iniziata nel 2010 con la protesta estrema del tunisino Mohamed Bouazizi, ha portato allo sconvolgimento politico dell’intero middle east e dei paesi dell’Africa del nord. Nell’impeto di un cambiamento generale che ha portato ad una permuta di governo in molti stati con la deposizione dei primi ministri, spesso dittatori, gli scontri hanno preso direzioni del tutto impreviste. Come già osservato precedentemente riguardo agli scontri di piazza taharir, queste rivolte arrivano in un momento storico così difficile da rendere impossibile un reale cambiamento sociale. La rivolta non è per il popolo, ma per un nuovo padrone.

dw-ahmed-mater-portraitI cambiamenti però non riguardano solo le persone, spesso riguardano gli stessi luoghi; è il caso della Mecca che, silenziosamente, viene abbattuta e ricostruita, sempre più all’avanguardia ed in grado di ospitare tutti i pellegrini che la affollano. Siamo nell’epoca degli spostamenti veloci, della rete internet e dei cellulari; è proprio tramite il telefono cellulare che l’artista Ahmed Mater (Tabuk – Arabia Saudita 1979) ci mostra la demolizione dei palazzi storici della Mecca con l’opera Ground Zero I, Ground Zero II, Ground Zero III del 2012. Nove cellulari in fila su tre mensole: nella prima i tre cellulari sono orizzontali, nella seconda verticali e nella terza di nuovo orizzontali; tutti e nove mostrano in loop lo scempio della demolizione dei palazzi storici per far posto a nuovi e costosissimi grattacieli-hotel. È il segno del progresso che avanza, di uno stato che si sta aprendo all’innovazione, ma allo stesso tempo è la rappresentazione della cancellazione della propria storia. La domanda che ci pone l’artista è semplice: è lecito cancellare la propria storia per far spazio al futuro?1

ahmed-mater

E’ un segnale molto simile a quello inviato da Ai Weiwei (PechiCoca-Colano – Cina 1957) qualche anno prima nel 1995, quando presentò come opera un’anfora della dinastia Han riverniciata e brandizzata Coca-Cola, l’esempio più palese della svendita delle proprie tradizioni, a favore della globalizzazione sempre più forte e totalizzante. L’anfora Han-Coca-Cola sembra un anacronismo, un reperto surreale, il manufatto di un ipotetico viaggiatore nel tempo, tornato indietro di 2000 anni per poter “decorare” un’anfora di quegli anni con i simboli del potere dei giorni nostri; è però tuttavia un prodotto dei nostri anni, della ricerca di un comune accordo persino a fronte di culture millenarie differenti; l’anfora è così tanto cinese quanto statunitense; critica non dissimile da quella che porta Wang_Guangyiavanti da più di venti anni Wang Guangyi (Harbin – Cina 1957) coetaneo di Ai, pure lui vive gli anni dell’apertura del partito comunista verso l’Occidente, con le sue opere che stanno fra la Pop Art ed il Pop Politic. Nella sua opera Chanel n.5 del 2001 raffigura la classica immagine bicromatica degli studenti intenti a fare il saluto militare su uno sfondo a bande bianche e rosse disposte a raggiera, con l’aggiunta però di una scritta che riporta il nome del noto brand francese. Con queste caratteristiche quelle persone non rappresentano più la società pre-tienanmen, ma diventano quasi dei testimonial pubblicitari o, se vogliamo, la società è talmente cambiata da rivolgere il proprio saluto verso un brand piuttosto che ad un ideale, giusto o sbagliato che esso sia2.

Chanel No 5-Wang-Guangyi

Chitra+Ganesh+Empire+Strikes+Back+Indian+Art+coR283-fWsjlMolto interessanti sono anche le tavole di Chitra Ganesh (Brooklyn – New York – Usa 1975) di origini indiane; tramite le sue opere a fumetto, cerca di illustrare e attualizzare le storie del proprio paese d’origine. I suoi racconti sono un misto di induismo, ritrattistica ottocentesca, iconografia mitologica e letteratura post-coloniale; l’artista interpreta lo spirito di un paese profondamente diviso in centinaia di etnie e staterelli, che ha conosciuchitra-ganesh-03to varie dominazioni!

Le sue opere non risultano pertanto un semplice fumetto o albo illustrato sulla religione induista, ma il punto di arrivo di una tradizione millenaria che ora si affaccia alle porte del terzo millennio e della contemporaneità condivisa3.

mounir_fatmiIn Africa l’artista Mounir Fatmi (Tangeri – Marocco 1970) indaga su come la modernità globalizzata si appropri di significati già presenti; ad esempio, nella sua opera Les 99 noms de Dieu, scrive i novantanove nomi di Dio (secondo il corano) su altrettanti cartellini, istaurando un legame immediato fra le modalità dell’arte contemporanea occidentale e le tradizioni del suo paese. In una parola l’artista, con le sue opere, mette in campo collegamenti o connessioni ridondanti, stabilendownloaddo legami fra le diverse culture, in particolare tra la cultura occidentale e quella islamica4.

Possiamo considerare gli artisti analizzati in questo sottocapitolo, come artisti di transizione, veri e propri Caronte, fra la cultura classica dei loro paesi e la modernità condivisa. Il loro lavoro non è solo volto a mostrare le differenze o gli scontri fra le due realtà così distanti, ma anche ad evidenziare le difficoltà integrative e laddove una cultura predomina sull’altra, nel tentativo di favorire una corretta integrazione.


1Scotini Marco, Too Early, Too Late (catalogo mostra), Mousse Publishing, 2015, Bologna, p. 117

2Jones Dalu, Salviati Filippo e Costantino Mariagrazia, Arte Contemporanea Cinese, Electa, 2006, Milano, p.p. 68-69

3Bonacossa Ilaria e Manacorda Francesco (a cura di), Subcontingent. The indian subcontinentin contemporary art (catalogo Mostra), Electa, 2006, Milano, p.p. 70-73

4Amselle Jean-Loupe, L’arte africana contemporanea, Bollati Boringhieri, 2007, Torino, p.p. 120-121

L.B.M.