5.3- AAA Cercasi nuovi miti

Qualsiasi sconvolgimento porta gli esseri umani a delegare a qualcun altro l’ardito ruolo di tutore dei propri interessi. Questo si verifica spesso in politica, quando i cittadini di un dato paese decidono di designare un capo che li rappresenti e promulghi per loro un codice di leggi che tuteli i loro diritti e imponga giusti doveri. Spesso però seguendo questo processo, alcune nazioni si sono trovate alle prese con pessimi politici se non addirittura con feroci dittatori.

Il potersi riconoscere nell’altro è alla base della convivenza civile o quanto meno di un’unità nazionale. Per una comunità, riconoscersi in un individuo che li guida, equivale all’essere coesi e in un certo qual modo eguali. In questa accezione, possiamo considerare, un artista parte integrante della comunità, esso non solo produce opere destinate a raccontare parte di una storia, sentimenti o inquietudini del proprio gruppo sociale, ma spesso è anche promotore e sostenitore di nuove idee.

Nell’epoca moderna che troppo spesso e indecorosamente viene definità 2.0, non tenendo conto che è una definizione che riguarda i linguaggi web e per estensione non può essere applicata ad ogni tipo di contemporaneità, molti artisti cercano di rivolgersi ad un pubblico sempre più ampio e distante dalla propria sensibilità e campo di azione; questo non avviene per un’eccessiva mercificazione dell’arte o per potersi ampliare e lucrare su un nuovo mercato, ma perchè stiamo assistendo per la prima volta nella storia al raggiungimento effettivo di un’ugualianza sociale.

Il web pur non essendo ancora a disposizione di tutti, sta cercando di raggiungere quei molti paesi ancora tagliati fuori, grazie anche al lavoro della fondazione Bill & Melinda Gates, che oltre agli innumerevoli interventi umanitari nelle zone economicamente e socialmente dissestate del mondo, si propone di arrivare nei prossimi anni a portare internet in ogni parte del globo, anche quelle più remote; se a prima vista questo può sembrare una futilità, in realtà costituisce forse la più grande rivoluzione degli ultimi cento anni: poter riuscire a mettere in contatto tutte le persone fra loro in ogni parte del mondo. Questa rivoluzione porterebbe alla capacità di poter avere accesso a qualsiasi informazione, in qualunque momento anche laddove non si abbia la possibilità di spostarsi. Per questo ed altri motivi, sempre più artisti aprono una propria pagina web, sia esso un bolg o un sito internet, oltre ad un profilo sui vari social network; stiamo assistendo alla nascita dell’Arte Social.

Il potersi appropriare di spazi cibernetici viene affiancato al riappropriarsi di spazi urbani caduti in disuso, collettivi artistici sempre in crescita; attorno ad essi si riuniscono gruppi di persone eterogenee per formazione e non solo più solo estimatori d’arte contemporanea. Quale sarà il prossimo passo sulla tabella di marcia? L’arte diventerà sempre più parte della vita quotidiana e diventerà espressione primaria di ogni gruppo di persone o rimarrà ancora relegata al ruolo di “vezzo” per un’elite ricca che la usa come status symbol?

Solo il tempo potrà rispondere ad alcune delle nostre domande, ma nel frattempo possiamo analizzare alcuni esempi di riappropriazione degli spazi da parte di artisti.

igor-Grubic_Electronic_Beats_Portrait_700_01-610x710Il primo esempio è quello dell’artista Igor Grubic (Zagabria – Croazia 1969) che nella sua opera 366 Liberation Rituals, serie di azioni giornaliere svolte fra il 2008 ed il 2009 ci parla di una guerriglia urbana mirata alla riappropriazione dei propri diritti e della libertà.

Si tratta di azioni, talvolta eclatanti, altre impercettibili, per la maggior parte illegali, con le quali Grubic interviene nel contesto cittadino alterando un ordine precostituito, evidenziando elementi altrimenti invisibili, sovvertendo gli schemi della percezione quotidiana: attacca stickers con contenuti provocatori in spazi pubblici, applica una stella rossa sulle punte degli alberi di natale trovati per strada ed ormai dismessi, va in giro per le strade della città con una bandiera rossa in mano, interviene con scritte su banconote in circolazione, colora di rosso sangue l’acqua di una fontana in occasione della visita in Croazia del presidente Bush. La pratica artistica attraversa le maglie dell’esistenza di tutti i giorni, utilizzando l’ordinario per istigare una presa di posizione e promuovendo nuove riflessioni sul concetto di pubblico e comunità, grazie all’intervento creativo. L’artista agisce in questa occasione come una figura a metà fra uno sciamano e il contestatore, respingendo le norme sociali.

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“Un rituale è un atto di catarsi, una lotta contro l’apatia personale e sociale: è un atto che richiede il cambiamento”

(Igor Grubic)

366_Liberation_Rituals_Scarves_and_monuments_C-print_120x90_20083-300x300I 366 rituali che danno vita all’opera, si presentano quindi come una guerriglia urbana, micro-interventi di natura sociale che invitano a combattere la passività e ad appropriarsi attraverso la creatività dei propri spazi grazie ad un esercizio quotidiano di libertà1.

arar_emerging_fei_vAltra artista che con il suo lavoro cerca di combattere la passività e l’alienazione dovuta alla modernità è Cao Fei (Guangzhou – Cina 1978); in particolare nell’opera Whose Utopia? entra nelle dinamiche del grande stabilimento cinese di produzione di lampadine OSRAM a Foshan, studiando da vicino per sei mesi la vita degli operai grazie ad un programma di residenze promosso dall’azienza Siemens. La fabbrica OSRAM si trova nel distretto industriale del Pearl River Delta, luogo dove convergono lavoratori da tutto il paese; molti di loro si sono lasciati alle spalle la propria città, la famiglia, gli amici, nonchè le proprie aspirazioni, per entrare nella catena produttiva che annulla le specificità individuali a vantaggio dell’efficacia dei risultati. Articolato in tre parti il video che racconta il progetto, diviene il tentativo di ristabilire un legame fra le emozioni personali e il luogo di lavoro, invitando gli operai a pensare interventi di natura creativa per gli spazi stessi della fabbrica. Dopo una prima ricerca condotta attraverso un questionario, Cao Fei ha selezionato alcuni lavoratori che hanno messo in atto i propri progetti: se nella prima parte del video (Immagination of Product) protagoniste sono le macchine, nella seconda (Factory Fairytale) il registro documentaristico è messo da parte per dare spazio alle performance degli operai che trasformano la fabbrica in un luogo vivo, animato da interventi di danza e musica. Chiude il video My Future is not a Dream, una galleria di ritratti di operai attraverso i cui sguardi traspare quell’umanità che il ritmo alienante della fabbrica tende ad annullare. Nel contrasto fra realtà e fantasia, vita quotidiana e tono da fiaba, Cao Fei suggerisce un percorso di produzione parallelo a quello dell’industria, stimolando una libertà d’azione contro i ritmi preordinati e alienanti della fabbrica2. Un invito il suo ad una contemporaneità differente da quella verso la quale stiamo andando, verso la disumanizzazione dei mezzi di produzione e della società stessa, il suo invito è quello di allontanarsi da un futuro composto da uomini-macchina, schiavi di padroni sempre più ricchi ed esigenti.

SALT_IstanbulSposteremmo ora l’attenzione dagli artisti che si riappropriano degli spazi fisici o ideologici, agli spazi in disuso che vengono convertiti per riappropriarsi di luoghi al centro del tessuto urbano. Il primo è Salt, nato nel 2011, un centro culturale fra i più all’avanguardia al mondo, nel cuore di Istanbul. Il centro culturale è dislocato in vari edifici della città, il principale è nel palazzo dove un tempo era ubicata la Banca Imperiale Ottomana; l’edificio porta il nome di Salt Beyoglu ed è ubicato sulla strada pedonale di Istiklal Caddesi. Questo nuovo spazio è votato all’esplorazione critica di nuovi temi della cultura visiva e materiale, promuovendo programmi all’avanguardia e innovativi per la ricerca e per la sperimentazione, assumendo una posizione di apertura verso una forma di apprendimento tramite il dibattito (come direbbe Duncan Cameron: Tempio e Forum sotto lo stesso tetto). Dall’aprile 2011 ad oggi i vari edifici hanno inaugurato con successo cinquantacinque mostre temporanee, riguardanti temi di attualità mondiale, come la politica o la libertà, ma anche promuovendo personali di artisti come Zaatari (del quale abbiamo parlato precedentemente), Ismail Saray, Hassan Khan e Rabih Mroué.

Concludiamo parlando di uno dei temi più caldi dell’attualità, l’immigrazione e, in particolare, del neonato Musée de l’ histoire de l’immigration, ovvero, Museo della storia dell’immigrazione, a Parigi. Inaugurato da Holland ufficialmente il 16 dicembre 2014, dopo sette anni dalla sua apertura, è situato al Palais de la Porte Dorée, dove già nel 1931 si tenne l’ Exposition Coloniale. Questo particolarissimo edificio si prefigge il ruolo di ricordare alla Francia l’importanza dell’immigrazione per il paese; infatti per tutto il percorso espositivo, la collezione racconta il flusso migratorio come vera e propria ricchezza. La collezione stessa è composta da opere d’arte, oggetti di uso quotidiano e contributi multimediali riguardanti interventi (sotto forma di interviste) di alcuni immigrati che raccontano la propria storia personale, da ogni paese del mondo.

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Il museo del tutto straordinario nel suo genere è il frutto di un trentennio di accesissime discussioni sulla sua nascita, che si sono concluse al momento della sua inaugurazione fatta in sordina sette anni fa, data l’opposizione dell’allora presidente Sarkozy. Questa esperienza, come quella dell’Anacostia Neighborhood museum a New York ci fanno capire quali siano le nuove linee guida da seguire. Un museo oggi non deve narrare più il passato di una terra, ma aiutarci a costruire il futuro, d’altronde l’arte è uno stimolo a comprendere il mondo che ci circonda e spesso e volentieri anticipa la mentalità convenzionale; un vero artista è un indagatore, uno scienziato professionista nello scoprire la multiforme natura umana.


1Carrada Giovanni, Perrella Cristiana, Gradi di libertà, Silvana editoriale, Bologna, 2015, p.p. 122-127

2Carrada Giovanni, Perrella Cristiana, Gradi di libertà, Silvana editoriale, Bologna, 2015, p.p. 114-117

L.B.M.