3.3- Engagé per la rivoluzione

Compagno, come si fa la rivoluzione?”
“Bisogna sognare”.

(Lenin)

Se il governo centrale diventa o è per sua natura dispotico e repressivo, di conseguenza un artista come prima citato, libero pensatore, si trova in maniera quasi meccanica ad opporsi al sistema. É questa forse la caratteristica preponderante di tutti quei personaggi che costellano il mondo dell’arte contemporanea Medio orientale e orientale.

Come è possibile analizzare il lavoro di taluni artisti senza parlare del trascorso politico del proprio paese? È inevitabile chiedersi se Shirin Neshat sarebbe la stessa se anzichè nascere in Iran fosse nata in Inghilterra da genitori inglesi. Credo che un animo sensibile difficilmente rimanga inerme alle prevaricazioni, e ormai diventa, per un fruitore o un teorico, essenziale avere una conoscenza più vasta possibile sul mondo che circonda l’artefice di lida-abdul_2-573x250un’opera. Dal gesto minimo, come quello di Ai Weiwei (Beijin – Cina 1957) che, creando un blog (aiweiwei.com), diffonde alcune informazioni che il governo di Pechino aveva designato come strettamente riservate; alla forte denuncia di Lida Abdul (Kabul – Afganistan 1973) che rende protagonisti dei suoi video le rovine di palazzi, la polvere e la desolazione creata dal conflitto iniziato il 7 ottobre 2001. lida-abdul-white-house-1_w900In particolare nella performance-video White House del 2005 l’artista stessa si trova immersa nell’azione di dipingere di bianco le rovine di un palazzo pubblico. Il bianco, colore votato ai luoghi sacri nel mondo islamico, riveste di un nuovo significato quel posto ormai simbolo della distruzione, erigendolo a sacrario delle vittime della guerra; non si limita a dipingere la mera materia, ma nell’operazione vengono incluse anche le persone, che vengono dipinte assieme alle macerie, siano esse causa o conseguenza dell’atto distruttivo stesso1. Un’azione importante, che va ad identificare come nuovo landmark del suo paese la distruzione e, non volendo, ci porta a riflettere su come un paesaggio sia testimonianza delle scelte scellerate dell’uomo e ci jean-marie-straub-daniele-huillettrasporta con la mente nelle lande desolate del film di Danièl Huillet (Parigi – Francia 1936 – Cholet – Francia 2006) e Jean-Marie Straub (Metz – Francia 1933) Trop tot, trop tard, che si interroga su come la rivoluzione francese sia arrivata troppo presto per essere fatta realmente per il popolo e su come al contrario quella egiziana degli anni ’50 sia stata in ritardo per poter cambiare effettivamente il corso delle cose. I coniugi Straub, non narrano una storia fatta di persone, ma di paesaggi, testimoni degli avvenimenti, enormi spazi spazzati da quel vento di tempesta che viene spesso associato alle rivoluzioni stesse.

Lo stesso vento spazza il paesaggio di un altro video della Abdul, Bricksellers of Kabul, nel quale decine di bambini si mettono in fila per vendere ed accumulare i mattoni provenienti dalle macerie della città ormai rasa al suolo. Il suo è un pianto silente che si limita ad evidenziare quanto i suoi occhi vedono ogni giorno, rendendosi portavoce delle situazioni difficili che si vengono a creare nella sua nazione.

Il video e la fotografia diventano il medium preferito dagli artisti in quanto l’aspetto critico è connesso all’immediatezza del documentario senza filtri, ma con l’aggiunta di un punto di vista personale.

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11_yangyongNon a caso artisti come Yang Yong (Sichuan – Cina 1975) diplomati in pittura, scelgono di utilizzare la fotografia al posto dei mezzi classici; in particolare Yong nelle sue serie fotografiche evidenzia il contrasto fra i cantieri a cielo aperto con situazioni di disagio vissute dalla classe povera che paga le conseguenze del forte conflitto sociale ed economico cinese. Non è raro vedere protagoniste delle sue opere giovani ragazze, intente a compiere azioni quotidiane, ad esempio fumare una sigaretta, come in The crudel diary of youth del 20032.

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Possiamo distinguere in questo nostro paragrafo, due sottocategorie, che potremmo nominare “Insider” e “Outsider”, attribuendo alla prima tipologia di artisti la caratteristica di essere parte integrante della rivoluzione, qualunque essa sia e ai secondi il compito di descrivere una rivoluzione fatta da terzi. Al primo gruppo appartengono personalità come Ai Weiwei, Lida Abdul o Yang Yong, mentre alla seconda i sopracitati coniugi Strab.

Personalità strabilianti, come Canan (Istanbul – Turchia 1970) che lotta per decostruire i concetti di sessualizzazione del corpo femminile che viene sintetizzato da Voyeur nei suoi organi più rappresentativi, in particolare con l’opera 06_canan_senolFountain, un video del 2008 che riprende due seni, isolati dal resto del corpo mediante un drappo nero, che gocciolano latte, cambiano il modo di vedere le cose: il seno non è più immagine erotica, ma diventa fonte di vita e di nutrimento. La situazione delle donne in Turchia è ancora per molti versi molto complicata, anche se il paese rappresenta per antonomasia la nazione islamica figlia dello scontro fra modernità e tradizione, con un divario immenso fra gli abitanti dei modernissimi grattacieli, come l’Istambul Sapphire e gli abitanti delle cittadine montane dell’Anatolia; sembra tornare indietro sui propri passi adottando leggi sempre più tradizionaliste3.

Questo divario costituisce terreno fertile per molte personalità del mondo dell’arte, oltre a Canan, anche grandi artisti come Fikret AtaY (Batman – Tuchia 1976), Kutlug Ataman (Instambul – Turchia 1961) e Can Altay (Ankara – Turchia 1975) ne traggono nutrimento.

Con la sua opera Bang Bang!, Atay, rivive tramite il gioco della guerra, fatto da bambini, fra i vagoni di treni in sosta permanente, il trauma infantile legato a quegli stessi vagoni, che portavano fuori da Batman il petrolio e portavano dentro i militari. I bambini interpretando il ruolo di uomini d’armi, ne amplificano la crudeltà; si gioca alla guerra perchè è l’unica cosa che si conosce; il vagone del treno, a sua volta, diventa simbolo dell’esport di ricchezza e dell’import di morte4.

20101111_191524_100e00bf7cc33629e792c3f97f9ca335Ataman, è diventato famoso per il suo ciclo di tre video intitolato Drammaturgia ataman06mesopotamica, in particolare per l’ultimo video, Strange Space, ispirato alla leggenda di Layla e Majnun, presente nell’epica turca, nel quale l’artista stesso si trova a vestire i panni di un moderno Majnun alla ricerca continua della sua Layla. Nella trasposizione i due non si incontreranno mai e il protagonista vagherà
all’infinito scalzo e bendato nel deserto. Se da un lato non incontrando la sua amata, non giungerà mai alla fine (bruciato assieme a lei sotto il sole del deserto), dall’altro l’uomo moderno, in un certo senso non conoscerà mai il fuoco dell’amore. Lo scontro fra contemporaneità e classicità è evidente, come è altrettanto palese la critica ad una società diventata totalizzante anche per quanto concerne i sentimenti. La sua non è una ribellione al potere o alle scelte dello stato, ma più al pensare comune della gente5.

portraitCan Altay, con la sua opera Deposit (spring deficit: after hammons, after Dubai, and after the politics of white noise), del 2011, fa una critica molto complessa alla società islamica. L’opera è composta da uno specchio circolare messo in orizzontale su un basso piedistallo di ferro; in un lato è stato praticato dall’artista un foro circolare di circa trenta centimetri di diametro, dal quale, grazie ad una cassa musicale applicata in posizione sottostante, zampilla sabbia. Il suo ragionamento parte dalla funzione sociale della fontana, che ovunque sia collocata è simbolo del potere centrale; le fontane infatti si trovano nei palazzi dei signori, nelle piazze dedicate ad essi o di fronte a chiese e cattedrali; visione amplificata dal fatto che in Oriente lo zampillo è associato al petrolio, simbolo per eccellenza del potere economico. Il petrolio a sua volta si trova nella sabbia, elemento che contraddistingue i paesi arabi, che ricopre gran parte del territorio e che non ha un’utilità “economica”. Lo specchio riflette gli spettatori, ma nell’ideale dell’artista rappresenta il mondo orientale, che fino a qualche anno prima tentava di rispecchiare quello occidentale in tutta la sua struttura, facendoci riflettere su come oggi le cose sono cambiate ed è il mondo occidentale a volersi rispecchiare nel benessere di quello orientale (ad esempio Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi, ecc…).

La sua fontana così diventa una denuncia contro il potere dei detentori di denaro, non è tanto una rivoluzione guidata dal popolo contro il governo, ma più una rivoluzione sociale, contro il progredire di un sistema capitalistico che ormai sta divorando anche il mondo arabo6.

cai-guo-qiangInfine concludiamo questo sottocapitolo, parlando dell’esperienza di Cai Guo-Quiang (quanzhou – cina 1957) che per la biennale di venezia del 1999 fece realizzare per il padiglione del suo paese, da un gruppo di scultori cinesi, una replica esatta di un famoso monumento di propaganda del regime comunista7. Le grandi staue, esempi tipici di realismo socialista, furono modellate in argilla cruda; di conseguenza, nel corso dell’esposizione progressivamente si sbriciolarono, collassando. Questa provocatoria operazione, in quanto critica radicale all’ideologia monumentale, suscitò molte polemiche in Cina e anche l’indignazione degli autori dell’opera originale che, ignari del destino dei propri manufatti, accusarono Guo-Qiang di attentato alla loro “proprietà spirituale” e di disfattismo8.

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1Scotini Marco, Too Early, Too Late (catalogo mostra), Mousse Publishing, 2015, Bologna, p.p. 143-145

2Jones Dalu, Salviati Filippo e Costantino Mariagrazia, Arte Contemporanea Cinese, Electa, 2006, Milano, p.p. 126-127

3Scotini Marco, Too Early, Too Late (catalogo mostra), Mousse Publishing, 2015, Bologna, p.p. 184-185

4Scotini Marco, Too Early, Too Late (catalogo mostra), Mousse Publishing, 2015, Bologna, p.p. 169-171

5Scotini Marco, Too Early, Too Late (catalogo mostra), Mousse Publishing, 2015, Bologna, p.p. 166-167

6Scotini Marco, Too Early, Too Late (catalogo mostra), Mousse Publishing, 2015, Bologna, p.p. 157-158

7Werner Holzwarth Hans (a cura di), Art Now vol. 4, Taschen, 2014, Berlino, p.p. 90-93

8Poli Francesco, Non ci capisco niente, Arte contemporanea istruzioni per l’uso, Electa, 2014, Milano, p.p. 132-133

L.B.M.