Ciò che all’inizio mi interessava era la incompatibilità a priori fra due sistemi che sembravano in relazione: le geometria piana e la geometria solida

Attila Csörgő (Budapest – 1965), già vincitore del premio June Paik 2008, protagonista indiscusso assieme a Walid Raad di Documenta 13, torna alla biennale di venezia dopo la precedente esperienza del 1999, nel Padiglione Ungheria.

La sua direzione di ricerca, che mescola assieme l’interesse per il mondo della geometria, per quello naturale e per la dimensione spaziale, ha destato fin dai suo primi passi nel mondo dell’arte un forte interesse nei critici di tutta Europa. Le sue istallazioni, esili e poco ingombranti, vengono realizzate mediante l’ausilio di macchinari progettati dall’artista stesso; le opere sono costituite, oltre che dalle parti solide dal precario sistema di equilibri e dai complessi macchinari che ne regolano il movimento, talvolta appena accennato.

L’immagine che traiamo dai suoi elaborati lascia intendere che oltre al progetto e all’oggetto in se, la vera opera d’arte risiede negli studi e nella complessa ricerca portata avanti dall’artista. Anche una semplice foto per Attila, può diventare istallazione, elevandosi non solo dall’essere mimesi della realtà, ma anche dalla stringente bidimensionalità alla quale è costretta (da notare, “Semi Space”, foto stampata su una cupola di Plexi del 2001).

Osservando le sue opere mi viene impossibile non pensare alle Macchine Inutili di Munari, alle sculture Meta-meccaniche di Jean Tinguely e al padre dell’arte mobile Alexander Calder con i suoi Mobile, ponendo quest’odierno artista in continuità con il loro cammino.

Per questa edizione della Biennale, è stato chiesto ad ogni artista di presentare un video,per il progetto “Pratiche d’artista” sul loro lavoro e più in generale sul mondo che li circonda.

Nel suo video possiamo osservare oltre che la costruzione dell’opera stessa, resa con un montaggio estremamente poetico, anche i suoi macchinari, braccetti meccanici, scanner, ecc… al lavoro per creare un altro dei suoi elaborati. La casualità viene dominata magistralmente anche da questo artista, che nel suo studio dirige i suoi strumenti come contemporanei e tecnologici assistenti.

Il suo profondo studio sulla relazione fra il mondo regolamentato dalla geometria solida e quello che invece segue le regole della geometria piana, l’ha portato ad evolvere una poetica unica e straordinaria, che sta inevitabilmente influenzando e contagiando schiere di giovanissimi artisti.

Il suo lavoro “Moebius Space” del 2008, unisce meccanica, fotografia, geometria piana e geometria solida, ottima ricerca nelle arti sperimentali e gli valse il premio June Paik. Il Nastro di Moebius è l’unica forma geometrica a possedere un solo lato, già ripresa da Escher in alcune sue incisioni, ha fornito al nostro artista un’ottima base di ricerca per le sue opere e in particolare per l’elaborato sopracitato, per il quale si è cimentato nella costruzione di una complessa macchina fotografica in grado in impressionare il nastro con il paesaggio circostante, traendone una fotografia che estende la normale vista umana oltre il limite naturale. La forma di Moebius nella sua accezione più comune ricorda molto il simbolo dell’infinito, altro stilema molto caro all’artista.


L.B.M.

 

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