“Le défrichement désignait et désigne encore l’activité de suppression de l’état de forêt.


 

Io cercherò in questo articolo di reinterpretare questo termine, che solitamente indica la deforestazione, attribuendogli in significato di de-africanizzazione.

Potremmo partire proprio dalla parola Africa, o meglio la pluralità geopolitica e culturale insita in essa, che a mio avviso la rende coniugabile al plurale, diventando Afriche, riassumendo così, in maniera più adeguata, il discorso che andremo a fare. Potremmo dire a questo punto che Afriche derivi da A-friche, la “A” assurge nel nostro caso ad α (alfa) privativo, che quindi trasforma il senso di “friche” nel suo contrario. Friche è il termine che in francese identifica un territorio, sia esso naturale, o urbano, come incolto o abbandonato, A-friche diventa qualcosa di coltivato, che pullula di natura e di paesaggi urbani in perfetto stato di conservazione, a questo punto è logico dire che non è la situazione attuale dell’Africa, ma noi, non stiamo dimenticando che applichiamo questo termine alla rigogliosità di usi e costumi. In questa accezione “défrichement” diventa l’azione violenta, con la quale il mondo globalizzato, tenta di uniformare agli standard occidentali le culture africane.

Il vecchio continente, stanco e ormai vetrificato, necessita in qualche maniera di luoghi “friche”, se vogliamo chiamarli così, per potersi rigenerare, attivando così, un dualismo che genera da un lato: un continente (l’Europa) che ne esce arricchito e in un certo qual modo ringiovanito, dall’altro: un mondo (quello africano) che ne esce deprivato, in quanto gli standard europei egualizzano le pluralità imponendo una commistione di generi che proietta la cultura indigena nel contemporaneo. La domanda sull’etica di questa azione è la seguente: è meglio lasciare un continente al suo destino, o imporgli degli standard europei? purtroppo non ho gli strumenti per fornire una risposta, ma solo quelli per poter analizzare, come l’arte occidentale si rigenera nell’A-friche.

Prendiamo ad esempio all’artista austriaco Peter Friedl (1960), che meglio forse interpreta questo sentimento di ricerca dell’esotico nelle sue opere. Seguendo una personalissima grammatica creativa, indaga le condizioni e i generi della rappresentazione. Interessato alla loro dimensione politica e discorsiva, utilizza le più svariate tecniche (disegno, foto, video, installazione, testo), per svelare le strategie del fare arte in una progressiva e radicale critica delle forme. Il suo lavoro mette in evidenza i punti di contatto fra coscienza estetica e politica nell’ambito delle loro narrazioni e mitologie corrispondenti. Artista apolide e viaggiatore per vocazione, opera al confine tra antropologia e storiografia, interessato alla storia sociale e biografica, al dislocamento costante, sempre alla ricerca di documentare e decolonizzare l’immaginario. Famoso sopratutto per le sue performance con costumi di peluche rappresentanti animali esotici, per la rappresentazione degli stessi (talvolta utilizzandoli imbalsamati, altre addirittura vivi, per delle video-performance) ha partecipato alle più importanti esposizioni artistiche mondiali. Di lui, tengo a presentarvi il video ARBEIT, presentato per la prima volta a Documenta 12, che rappresenta la lotta fra una tigre (reale) e un serpente (di gomma). La scena è tratta dai taccuini di Delacroix, realizzati durante il suo lungo viaggio in Nord Africa, dove poté ammirare (probabilmente in un circo) la lotta fra una tigre ed un grosso serpente (boa?), non essendo autoctone del luogo, potremmo addirittura parlare di esotico nell’esotico, ma eviteremo e ci limiteremo ad una lettura dell’opera. L’artista, sceglie di collocare la tigre all’interno di un palazzo vuoto, che in un certo senso diventa il teatro europeo dove far esibire l’esotico, dando all’animale un serpente di gomma piuttosto che reale, in modo da rendere la scena meno cruenta e in un qual modo kitsch e irreale (alla maniera hollywoodiana ed europea). Ne nasce un’opera frutto di una commistione allo stesso tempo intrigante e repellente.

 

Uno dei principali e più conosciuti artisti noti per lavorare esclusivamente in africa è Nick Brandt (1966). Uno dei suoi obiettivi è quello di registrare un testamento di animali e luoghi selvatici e luoghi prima che questi vengan distrutti dalle mani dell’uomo, in questo interpreta in parte il nostro concetto di “défrichement”. Nato nel 1966 e cresciuto a Londra, Inghilterra, Brandt ha studiato pittura e cinema alla Saint Martin’s School of Art, si è trasferito negli Stati Uniti nel 1992 e ha diretto diversi video musicali di successo per artisti del calibro di Michael Jackson (Childhood, Earth Song, Stranger in Moscow, Cry,One More Chance), Moby, Grayson Hugh, Jewel, XTC, Badly Drawn Boy. Fu mentre registrò con Michael Jackson il video di Earth Song in Tanzania, nel 1995, che Brandt si innamorò degli animali e della terra dell’Africa orientale. Negli anni successivi, frustrato dal fatto che non riusciva a catturare su pellicola i suoi sentimenti e l’amore per gli animali, ha abbandonato la regia di videoclip e si è dedicato esclusivamente alla fotografia in Africa.

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Molto interessante invece è il progetto intrapreso da Antoine d’Agata (1961) nel 2002, per volere del curatore e uomo di spicco della scena artistica maliana Amadou Chab Touré che lo coinvolse in una mostra realizzata a Marsiglia lo stesso anno, assieme al fotografo africano Malick Sidibé. L’artista decise di soggiornare a Bamako in Mali appunto, per poter fotografare lo studio di Sidibé, una volta lì però volle realizzare, in linea con la sua poetica, degli scatti riguardanti il disagio vissuto dalle ragazze (prostitute) nei sobborghi della capitale. Il suo lavoro non è permeato solo di malinconia, terrore e tristezza, va oltre rappresentando una società che per specchiare gli standard mondiali è finita per riprodurne il degrado. A sua volta questo degrado però, è terreno fertile per l’artista che va a caccia di situazioni simili, portando quel disagio all’interno di gallerie prestigiosissime. Voglio ricordare ancora due cose, una più tecnica è che l’artista fa parte dell’agenzia Magnum dal 2004, e l’altra che il suo lavoro è così immediato che può essere fruito da chiunque, perchè penetra immediatamente le viscere.

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Alla fine del nostro discorso, abbiamo capito quanto le A-friche richiamino l’attenzione degli artisti europei, che in questo modo introducono nella propria poetica nuovi soggetti, e portano all’attenzione temi più “freschi” e vitali, in un’Europa che segue ormai i soliti standard. Abbiamo capito quanto gli artisti, al contrario dei commercianti, cerchino di denunciare il “défrichement”, e quanto tentino di salvaguardare quella friche culturalmente A-friche.

L.B.M.


1- Articolo su All-Allemandi Giovani, Blog de “Il Giornale dell’Arte”