Punta della Dogana

Nel 2008, al largo della costa orientale dell’Africa fu scoperto un vasto sito con il relitto di una nave naufragata. Il ritrovamento ha avvallato la leggenda di Cif Amotan II, un liberto di Antiochia, vissuto tra la metà del I secolo e l’inizio del II d.C.

Nell’Impero Romano un liberto aveva ampie possibilità di avanzamento socio-economico mediante il coinvolgimento negli affari finanziari dei suoi mecenati e padroni di un tempo. La storia di Amotan racconta che dopo l’affrancazione lo schiavo accumulò un’immensa fortuna. Tronfio di ricchezze creò una sontuosa collezione di oggetti provenienti da ogni angolo del mondo antico. I leggendari 100 tesori del liberto – oggetti commissionati, copie, falsi, acquisti e bottini – furono caricati tutti insieme sulla gigantesca nave Apistos per essere trasportati in un tempio appositamente edificato dal collezionista. Ma l’imbarcazione affondò, consegnando il proprio tesoro alla sfera del mito e generando così infinite varianti di questa storia d’ambizione, avarizia, splendore e ubris.

La collezione rimase sul fondo dell’Oceano Indiano per circa duemila anni, prima che il sito fosse scoperto nel 2008, vicino agli antichi porti commerciali dell’Azania. Quasi un decennio dopo l’inizio degli scavi, questa mostra raccoglie insieme tutte le opere recuperate in quello straordinario ritrovamento.

Alcune delle sculture sono esposte prima di aver subito qualsiasi intervento di restauro, coperte da pesanti incrostazioni di corallo e altre concrezioni marine che talvolta ne rendono la forma praticamente irriconoscibile. In mostra sono esposte anche serie di copie museali contemporanee degli oggetti ritrovati che immaginano le opere così com’erano nel loro stato originario.

Dopo aver letto il testo che Hirst mette a preludio della sua mostra, partendo da punta della dogana, ci troviamo subito immersi in un’atmosfera fuori dal reale. In effetti il primo ‘ritrovamento’ che noi osserviamo, è un calendario precolombiano, simile alla Piedra del Sol, interessante certo, ma totalmente fuori luogo rispetto al contesto (la nave romana).

Nella stessa stanza, poco più avanti, in bronzo e concrezioni coralline, vediamo ‘The Warrior and the Bear‘, mastodontica con i suoi sette metri di altezza, allude all’antico rituale dell’Arkteia greca, durante il quale un gruppo di fanciulle ateniesi ballavano ed imitavano i gesti di un’orsa mentre compivano sacrifici. Il rituale serviva a placare la dea Artemide, ma anche ad espellere comportamenti animaleschi da quelle fanciulle che si stavano preparando per una vita domestica; in tal senso la scultura sovverte la tradizione celebrando la ferocia insita nella divinità e per estensione nell’animo di ogni donna, questa è la prima scultura simbolo della mostra.

Nella seconda stanza, salta subito all’occhio la presenza di sue sculture quasi esattamente speculari, queste due ragazze che portano al guinzaglio due leoni, rievocano le sculture che spesso venivano messe all’ingresso dei templi ittiti dedicati alla dea Ishtar che non di rado rappresentavano ragazze nell’atto di domare animali selvatici.

Il primo importante spunto di riflessione però, lo troviamo nella terza stanza, dove Hirst colloca ben cinque riproduzione dello stesso busto (Grecian Nudes) facendoci riflettere sulla reale importanza dell’originale. In effetti, fin dall’antichità, gli artigiani-artisti erano soliti creare in serie sculture dalle forme perfette e facilmente riproducibili, questa digressione verso un antico modo di operare, ci riporta alla feticizzazione contemporanea dell’opera unica ed originale.

Nella sala quattro facciamo un salto ancora più a ritroso nel tempo, infatti i soggetti di questa sala ritraggono faraoni egizi, o meglio, osservando attentamente, ci accorgiamo che non stiamo osservando dei faraoni, ma le loro consorti rappresentate come fossero loro a detenere le insegne del potere. Leggendo ci accorgiamo che il soggetto è uno solo Tadukheba, immaginaria consorte straniera del faraone Akhenaton, il sovrano che introdusse per primo in Egitto una religione monoteista. Anche nella sala sei troviamo una sfinge che riporta le sue sembianze, ma dai dettagli un po’ più moderni, quasi romani, a voler sottolineare come l’immutabilità del soggetto sia perpetrato di cultura in cultura ed ancora oggi attiri l’ingegno di molti artisti.

Da notare nella settima sala è sicuramente la statua di Proteo, divinità marina in grado di mutare la propria forma, è qui rappresentato nel momento in cui muta da essere umano a roccia, ricordando vagamente l’Elephant Man che ha animato i Freak Show di mezzo mondo nella seconda metà dell’ottocento; anche questa scultura è parzialmente ricoperta di incrostazione coralline.

Non poteva mancare in una mostra incentrata sul dualismo fra realtà e leggenda una copia a grandezza naturale del cranio di mammut femmina, ritenuto a causa del suo grande foro centrale per secoli il cranio di un ciclope.

É nella sala undici che troviamo però quella scultura che è stata utilizzata per pubblicizzare la mostra più di ogni altra, un’imponente (cinque metri di lunghezza per oltre sei di altezza) rappresentazione della dea Kali intenta a sconfiggere un Idra. Sebbene la presenza di un serpente multicefalo sia attestata anche nella mitologia induista, in questo caso la dea dalle tante braccia è intenta a lottare proprio con Idra, la più temibile delle avversarie di Ercole, la cui capacità di rigenerare continuamente le teste mozzate, l’ha fatta assurgere nei secoli ad immagine di un’impresa che si ripete perpetuamente. La scultura eclettica è presentata in due varianti, la prima come se avesse passato gli ultimi duemila anni sul fondo del mare, la seconda in perfette condizioni, definita dall’artista stesso ‘copia museale’.

La sala tredici è incredibilmente differente dalle precedenti. Come ogni tesoro ritrovato che si rispetti infatti, Damien colloca una sezione dedicata agli oggetti preziosi in una stanza buia che con l’utilizzo di alcune luci, permette agli ori di risplendere ancora di più. Questo tipo di allestimento, ricorda molto quello del tesoro di Tutankhamon, o i ritrovamenti aurei micenei, greci, etruschi e romani. Non emergono stilemi appartenenti ad una cultura piuttosto che ad un’altra, ma l’enorme quantità di ori e la sovrabbondanza di immagini diverse concorrono alla perfezione per creare l’illusione di trovarsi realmente immersi nel tesoro ritrovato all’interno di un relitto. Su tutti troneggia lo splendido disco solare con il volto umano che emerge da un armonioso intreccio realizzato a bassorilievo.

 

Ovviamente non poteva nemmeno mancare la figura del minotauro, simbolo della lascività umana, collocato nel diciannovesimo salone a chiusura della parte dell’esposizione allestita a Punta della Dogana.



Palazzo Grassi

Giù a cinque braccia giace tuo padre.

Le sue ossa ormai son corallo,

e perle gli occhi son già.

Di lui quanto mai può perire

un mutamento marino subisce

in ricca cosa, in cosa strana.

William Shakespeare – La Tempesta

Entrando nell’antico e scenografico Palazzo Grassi, non abbiamo nemmeno il tempo di varcare la soglia e subito siamo accolti dalla gigantesca statua alta più di diciotto metri in resina che l’artista ha voluto collocare al centro del cortile. Questa statua, copia di un modellino più piccolo rinvenuto all’interno del nostro ipotetico relitto; è particolare anche per la storia che l’artista ci narra, infatti accanto alla statua, è esposta una grande testa in bronzo, che sembra provenire da un altro ipotetico scavo effettuato nel 1932 rappresentante la divinità mesopotamica Pazuzu, seppur messa in discussione, in quanto l’ipotetico corpo rinvenuto da Damien non riporta i classici attributi del dio (ali, coda da scorpione, e pene a testa di serpente), l’artista ha immaginato questo collegamento, alludendo ad altrettanti e reali casi esposti nei musei, dove il confine fra realtà ed immaginazione talvolta si fa labile.
Già nella sala 2 rientriamo in contatto con quel divertissement che ha caratterizzato la precedente parte dell’esposizione, infatti troviamo la scultura di un ermafrodito fortemente danneggiata, corredata da altre due sculture una in versione precedente al ‘restauro’ e l’altra in copia museale contemporanea. Due in bronzo ed una in granito nero. La presenza dell’ermafrodito (terzo genere) e l’assidua presenza di figure femminili nel ruolo di eroine e sovrane, costituisce non solo un interessante carrellata sulle categorie tenute spesso in secondo piano nell’antichità classica, ma è anche un’interessante riflessione sul nostro contemporaneo e sul machismo imperante, hirst in questo senso lavora nel creare una storicizzazione del rispetto e del riconoscimento verso tali categorie.
Anche qua, nella sala cinque, troviamo il teschio di mammut/ciclope che perfettamente dialoga con l’imponente scultura del cortile.
Nella stanza successiva è collocato un piccolo cerbero, il cane a tre teste, con incisi sui fianchi tre iscrizioni, una in geroglifici, una in copto formale e l’altra in graffito copto, questo a dimostrazione dell’ampiezza del pluralismo culturale del mondo antico, nel quale culti politeistici erano spesso adottati o assimilati da civiltà differenti. Accanto, un cranio di unicorno in cristallo di rocca e agata bianca, ci riporta alle wunderkammer dove i denti di narvalo venivano collezionati come corna di unicorno, in effetti il teschio e lo spunzone sono separati da una frattura ormai troppo consunta o meglio burattata per essere riconoscibile come lesione o come separazione originaria delle due parti.
Incredibile per il colore e per l’accostamento con la struttura del palazzo è la scultura di Andromeda e dei mostri marini presentata nella settima sala. Altro simbolo della mostra, ci racconta la storia della povera Andromeda, figlia del Re Cefeo che per quietare il mostro, mandato da Poseidone in seguito alla sfrontatezza di Cassiopea che si definì la più bella delle Nereidi, dovette incatenare ad una roccia la figlia vergine (avuta appunto con Cassiopea) come sacrificio. Perseo reduce della sua impresa, la decapitazione di Medusa, passò di là e vedendo la fragile bellezza della fanciulla, se ne innamorò e la salvò. La scultura ci tramanda l’immagine prima dell’arrivo dell’eroe con una serie di animali e mostri marini intenti a spaventare la fanciulla. Interessante è notare la presenza, nella parte posteriore della roccia, assieme ad altri granchi, quella di un piccolo granchietto gonfiabile donato a Damien dall’amico Jeff Koons.
Questa parte dell’esposizione è arricchita da alcune sculture in bronzo rappresentanti sezioni di Nautilus e grandi conchiglie in bronzo dipinto in maniera estremamente realistica e dalla forte presenza di robot e personaggi Disney con massicce incrostazioni marine; queste ultime opere aprono ancora di più all’ipotetica possibilità di un viaggio nel tempo.
Ancora una volta nella sala undici troviamo la dea Ishtar, con il busto dorato con infiniti foglietti d’oro applicati dai devoti, alla maniera delle offerte sacre presentate nei templi in Asia sudorientale.
Attraversando quattro sale (13,14,15,16) di monete, pepite, gioielli e minuterie di ogni genere, ci rendiamo conto del come mai Hirst abbia impiegato dieci anni per completare questo lavoro e di come più che una mostra questo sia un grande show, il freak show dell’arte. Pur non essendo nuova l’idea di creare un museo contenente falsi reperti, come non era nuova l’idea di imbalsamare o conservare animali sotto formaldeide, Damien comunque da la sua impronta da grande artista, sovvertendo come sempre le regole dell’arte e in questo caso dell’exibition.
Arrivati alla sala diciassette, rincontriamo Tadukheba, la mittaniana moglie di Akhenaton, in questo piccolo busto alto solo quarantatre centimetri, vediamo che i dettagli non sono stati scolpiti secondo le consuetudini dell’epoca (ricordiamo che akhenaton oltre che aver introdotto il culto verso l’unico dio Aton, ha anche rivoluzionato le regole della rappresentazione), occhi più piccoli e labbra meno pronunciate rispetto a quelle delle sue contemporanee, forse vogliono indicare l’appartenenza ad una diversa etnia (ricordiamo anche che la figura stessa di Tadukheba con tutta probabilità non è mai esistita, o quanto meno non ve n’è traccia fino a questa mostra).
La stanza successiva (la 18) conserva ancora un’altro simbolo della mostra, presente anche sulla copertina del catalogo, la testa di Medusa, scolpita in malachite. La malachite, minerale derivato dall’ossido del rame, utilizzato fin da tempi preistorici per il particolare color verde e per la facilità di lavorazione, sprigiona durante quest’ultima particelle particolarmente tossiche. Il volto della gorgone è cinto da quattordici serpenti fra i più velenosi al mondo, fra questi ricordiamo il Pitone delle Rocce, il Serpente Corallo e la terribile Vipera Cornuta.

Nella ventesima sala, al centro, solitario, ci attende un grande Buddha interamente realizzato in giada che per la sua purezza di colore e i dettagli straordinari, come gli occhi che con le palpebre leggermente abbassate amplifica il rapporto fra lo spettatore e il divino. Il filosofo Confucio definì la giada come il materiale perfetto per scolpire statue sacre in quanto rappresentava le virtù della benevolenza, saggezza, rettitudine, correttezza, lealtà e affidabilità. Questa scultura è l’ennesimo elemento a ridefinire secondo l’artista un’ipotetico contatto fra le civiltà che in quel periodo abitavano i tre principali continenti (Europa, Africa e Asia).
Vedendo questa miriade di oggetti, viene spontaneo domandarsi dove fossero stipati all’interno del relitto, Damien risponde anche a questa domanda e come in ogni museo che si rispetti, non può mancare il modellino tridimensionale della nave. É nella ventitreesima stanza che infatti troviamo il plastico in scala 1:32 dell’Apistos con tanto di scanner digitale in tempo reale (composto di un pannello a led che scorrendo su un binario permette di visualizzare la collocazione dei reperti all’interno del ventre della nave, di cliccare su di essi e di poterli rivedere in foto).
Si calcola che la nave fosse lunga sessanta metri e che trasportasse un carico di quattrocentosessanta tonnellate, fra cui un obelisco, di questo carico in mostra sono esposti più dei tre quarti degli oggetti. Sulle pareti accanto al modellino, disegni, incorniciati in maniera al quanto retrò riproducono i ritrovamenti.

Seguono nella sala ventiquattro e venticinque rispettivamente un busto di Faraone in Granito blu, oro e agata e un Mercurio in Oro e Bronzo, il più piccolo fra i cento tesori ritrovati. Mercurio il dio del vento e del movimento che includeva anche la circolazione di merci e di persone, era dunque al posto giusto, in una nave che stava per intraprendere un lungo viaggio, la scultura in oro è completamente ricoperta da incrostazioni coralline realizzate in bronzo.
Passiamo ancora rapidamente per la stanza ventisei che conserva una grande conchiglia realizzata in bronzo dipinto e la sala 27 che invece conserva un Nettuno in lapislazzuli ed agata bianca, per arrivare all’ultima stanza, la ventotto. In questa stanza Hirst ha deciso di mettere uno dei pezzi più particolari, due mani in preghiera in malachite, vernice e agata bianca, che ricordano molto la forma di un ex-voto, quasi a voler simboleggiare l’avvento del cristianesimo, ultima e unica rappresentazione presente fra le varie religioni rappresentate in mostra.
Il gioco messo in atto dall’artista oltre che mettere alla prova il nostro occhio, mette alla prova ciò che siamo abituati a pensare entrando in un museo. É interessantissimo sentire tirato in causa il nostro senso del bello e la nostra fantasia per credere e rimanere imprigionati in questa rete fatta di anacronismi ed improbabilità storiche. Dalle molteplici domande che l’esposizione ci propone, sicuramente abbiamo imparato a valutare diversamente l’importanza dell’originalità di un pezzo, che la storia, sia essa reale o fantascientifica comunque condiziona il nostro modo di osservare un’opera e quanto alla fine difronte ad una bella fiaba ritorniamo tutti volentieri bambini.


L.B.M.

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