Se parliamo di creatività nell’Est Europa (e non di vino come facilmente si potrebbe pensare dal titolo), dobbiamo iniziare col considerare il loro isolamento rispetto al resto del mondo e la conseguente alterità che questo ha creato. Artisti come Marina Abramovich e l’ex compagno Ulay, di cui si è parlato molto sia prima che dopo la mostra di Palazzo Strozzi, non sono casi isolati sorti dal niente, ma figli e fratelli di artisti parte di una tradizione ben connotata. Vorrei approfittare di questa rubrica per parlarvi non di loro, ma di due contemporanei che si sono mossi in parallelo e per una ragione o per l’altra rimasti nell’ombra. Quindi, senza dilungarmi troppo, dando per buona la conoscenza del lavoro della Abramovich e della politica protezionistica sovietica fra la fine della seconda guerra e l’inizio della guerra dei balcani, tratteremo di due performance di Petr Stembera e Sanja Ivekovic.

Petr Stembera (Plzen – Repubblica Ceca – 1945), è tra i protagonisti del circolo artistico di Praga degli anni ’70. Ha favorito l’esportazione della Performance Art sia nei paesi occidentali che nei paesi del Blocco Sovietico. Nei primi anni, l’interesse di Stembera si rivolge ad esperienze fisiche e psicologiche estreme espresse in azioni di Body Art che ha iniziato a documentare con fotografie in bianco e nero accompagnate da brevi descrizioni. In Grafting del 1975 allo stesso modo con cui un frutticultore realizza un innesto, egli ha innestato un ramo preso da un arbusto nel suo braccio. Questa performance estrema è stata condotta con l’assistenza di Jan Mlcoch in una casa abbandonata sull’argine di Kosarkovo. Stembera infilò un ramoscello nel suo avambraccio destro e lo lasciò per tutto il pomeriggio dentro al suo corpo, finché non finì al pronto soccorso per avvelenamento del sangue. La natura rappresentava in quel momento un simbolo del mondo a lui alieno.

Sanja Ivekovic (Zagabria – Croazia – 1949), ha studiato grafica presso l’Accademia di Belle Arti di Zagabria dal 1968 al 1971. La sua carriera artistica è iniziata durante la primavera croata nei primi anni ’70 quando, insieme ad altri artisti, si staccò dagli ambienti accademici. Gran parte del suo lavoro è centrato sulla sua vita e sul ruolo delle donne nella società di oggi. Fu la prima artista in Croazia ad etichettarsi come artista femminista. Ha svolto un ruolo chiave nel Centro per gli studi femminili a Zagabria sin dalla sua apertura nel 1994. Nell’opera Trikotnik, documenta la performance svolta a Zagabria il 10 maggio 1979, il giorno della visita del presidente Tito in città. L’artista descrive l’interazione che ha avuto luogo tra lei (sul balcone del suo appartamento), una persona che poteva vederla da un tetto e un poliziotto che presumibilmente comunicava tramite walkie-talkie con l’osservatore. Il testo che accompagna le fotografie recita: “L’azione inizia quando esco sul balcone e mi siedo su una sedia, sorseggio whiskey, leggo un libro e faccio gesti come se svolgessi un’azione onanistica. Dopo un certo periodo di tempo, il poliziotto suona al mio campanello e ordina “le persone e gli oggetti devono essere rimossi dal balcone”.” Va aggiunto che quel giorno oltre al decoro urbano era stato richiesto alle donne di non uscire in strada. Non sorprende come quest’opera sia diventata fortemente simbolica per il movimento femminista jugoslavo.


L.B.M.

Articolo Scritto per The Mag