Ho scelto per voi due artisti di fama internazionale, entrambi tramite le loro opere parlano della situazione politica del proprio paese, entrambi notano il contrasto fra tradizione e contemporaneità, pur affrontando il tema in modi completamente diversi. Noterete anche che i lavori presi da me in esame sono ambedue oggetti quotidiani affetti da gigantismo!

Abdulnasser Gharem (Kamis Mushait, Arabia Saudita, 1973) Ha avuto il suo primo contatto con l’arte presso al-Miftaha Arts Village. Lì apprende la tecnica della pittura di paesaggio e del ritratto. Solo in seguito l’artista si avvicina ai nuovi media. Militare dell’esercito saudita, Gharem incarna una figura ibrida tra obbedienza allo Stato e portavoce della società civile. L’artista realizza opere ascrivibili alla corrente dell’arte concettuale vista come strumento di impegno sociale e politico: in The Stamp (Moujaz), del 2012, Abdulnasser ci presenta tre timbri con alcune frasi molto forti: Have a bit of commitment, Inshallah; In accordance with sharia law e Have a bit of commitment, Amen.I timbri, hanno dimensioni spropositate (110cm X 110cm) e rappresentano una degna critica allo stato che si divide fra principi religiosi molto arcaici e una burocrazia contemporanea che di arcaico ha ben poco. Pur mantenendosi all’interno di una rappresentazione cara al regime, non andando a toccare temi che altrimenti sarebbero censurati, Gharem invia alla società mondiale la sensazione di uno stato opprimente che fuori da ogni logica temporale schiaccia il popolo con leggi teocratiche. I timbri su carta, sono stati realizzati in venticinque copie.

Moataz Nasr (Alessandria, Egitto, 1961) Ha iniziato negli anni ’90 a dedicarsi alla tecnica dell’installazione, dando vita a universi surreali fatti di materiali concreti che rimandano agli elementi primari: Nasr ha posto in evidenza la mutevolezza della realtà e la difficoltà a orientarsi perfino nei mondi, almeno in apparenza, più familiari. I lavori dell’artista, sin dall’inizio della sua attività, hanno ottenuto costanti riconoscimenti, culminati con il primo premio tributatogli in occasione della Biennale del Cairo nel 2001. L’opera The Petro Beads del 2014 rappresenta un grande contapreghiere islamico color corallo, avvivinandoci, notiamo che i grani, ingigantiti, non sono stati creati appositamente per la realizzazione dell’opera, ma sono contenitori per il greggio recuperati, forati e smaltati. In questo caso la critica che l’artista vuole mettere in luce è legata sia alla spiritualità molto forte dei paesi medio orientali, ma soprattutto a quella sorta di bramosia che aleggia intorno allo sfruttamento dei pozzi petroliferi. Il desiderio economico è talmente forte nei potenti da diventare tanto presente quanto lo sforzo spirituale di ogni singolo individuo per migliorare sé stesso (Jihād).


L.B.M

Articolo scritto per The Mag