È difficile cogliere le opere di Vivien Zhang in un solo sguardo: i livelli di cui si compongono le immagini prodotte dalla giovane artista cinese sono vari e multiformi e si sovrappongono ai motivi sottostanti.

I pattern accesi e fluorescenti e la minuzia dei dettagli che li compongono sfuggono all’osservazione rapida, poiché i moduli pittorici creano ripetizioni eclettiche e sfaccettate.

Ci siamo imbattuti nelle sue opere a Milano, presso lo stand della galleria berlinese House of Egorn presente nella sezione Emergent del Miart, e così abbiamo deciso di approfondire la poetica di questa giovane artista cinese.

Cresciuta tra Pechino, Nairobi e Bangkok, attualmente Vivien Zhang vive e lavora a Londra.

I suoi lavori sono caratterizzati dall’assemblaggio di piani sovrapposti, in cui ogni livello si compone di forme reiterate che sembrano oscillare fra l’aleatorietà dell’astrazione e un certo richiamo figurativo.

Ripetizione e stratificazione, ma anche frammentazione e volatilità. La serialità delle combinazioni usate dalla Zhang nelle proprie opere segue gli stessi algoritmi presenti nei software delle immagini digitali. D’altronde, anche l’immaginario odierno si sviluppa secondo immagini che si ripetono, si accavallano, in un continuo processo di divulgazione permanente di dati che finiscono per annebbiare quelli precedenti. Siamo circondati da immagini ed è impensabile poterle immagazzinare tutte o conservarne la percezione intera e uniforme. “Noi costantemente traduciamo le cose dall’mondo esterno al nostro mondo interiore” dichiara Vivien “ma spesso siamo inconsapevoli della grammatica di questo processo”. Quello che accade tutti i giorni di fronte al sovraffollamento di immagini, pare ordinare parimenti le opere della Zhang secondo criteri di reiterazione e accavallamento.

Superfici dai lividi colori metallici si alternano a campiture dai toni accesissimi: gli accostamenti di Vivien Zhang sono tutt’altro che tenui. Essi contribuiscono ad accrescere nell’osservatore la percezione che le immagini presentate siano estrapolate e alienate dai contesti di provenienza e sembra impossibile – sempre che sia utile – ricostruirne la storia e i ripercorrere i collegamenti che le governano. In un’intervista l’artista racconta che questo è lo stesso incolmabile gap che si crea quando torna a Beijing e va a trovare i parenti: “mio zio continua a guardarmi secondo l’immagine che ha di me a dieci anni (l’età in cui ho lasciato la Cina), mentre io ho assemblato in me diverse immagini nel corso del tempo che ora sono attuali nella mia vita.” Un separazione difficile da colmare, proprio perché i punti di vista si confrontano a partire da categorie mentali diverse e per questo lontane.

Ci sono nei quadri della Zhang delle forme che il nostro occhio potrebbe già conoscere, e quindi essere in grado di ri-conoscere. L’osservatore talvolta potrebbe individuare nuvole, uova, tuttavia nessuna definizione risulta in ultima analisi convincente o definitiva. Ecco perché in questo senso sembra possibile affermare che Vivien Zhang lavora sì per ripetizione, ma anche per sottrazione: sottrae alla nostra vista gli indizi che porterebbero al riconoscimento comprovato delle forme, per dare all’osservatore la possibilità di vedere l’altrimenti che risiede nell’opera, senza il bisogno incessante del riferimento al già visto e al già vissuto. E così che nella forma interviene la manipolazione e nella successiva ripetizione si crea la differenza, il nuovo, la sfida. A una domanda di Hans Ulrich Obrist sul tema della ripetizione e della differenza, l’artista risponde “La ripetizione sostanzialmente non fa che costruire un’anticipazione creando l’aspettativa che tutto sia uguale. Ma io voglio sfidare il mio pubblico.” Un’artista che proviene dal paese campione della produzione inarrestabile e massiva di oggetti, che sfida l’eccesso e l’inattaccabilità del multiplo.


G.G.

Articoli correlati