2d2063a0d2a8017de28a84c5ac70c9dab4a739ee_254x191La Biennale di Alejandro Aravena ha scandagliato senza retorica e con puntuale interesse le notizie che arrivano da ogni fronte in cui l’architettura si trova ad affrontare le questioni dell’ambiente, della sostenibilità, della convivenza, dell’abitazione e della marginalità.
Passeggiando fra i progetti esposti ai Giardini e all’Arsenale, spicca la lucidità con cui alcuni padiglioni balcanici hanno inquadrato la situazione attuale avanzando proposte in cui visioni estremamente nitide si fondono a suggestioni incantevolmente liriche e danno vita ad allestimenti che secondo alcuni avrebbero facilmente potuto trovare posto anche in una Biennale Arte.


Padiglione Serbia “Heroic. Free shipping”
biennale2016_day02_0061_referenceIniziamo dalla Serbia. All’ingresso ci accolgono alcuni versi che suggeriscono l’immagine di una barca di speranza e ribellione che si destreggia nell’imperversare della tempesta. Prima di entrare notiamo inoltre un cumulo di fogli su un tavolo: sono lettere di presentazione e candidature di aspiranti architetti, scritte con passione e professionalità, tutte marchiate da un inesorabile timbro blu:

“Il suo portfolio ci piace e vorremmo lavorare con lei, ma al momento sono disponibili solo posizioni non retribuite. Ci faccia sapere se fossero di suo interesse in modo da poter fissare un appuntamento via skype”.

Decidiamo allora di entrare e ci troviamo circondati da pavimenti blu che si incurvano e si alzano verso le pareti. Suggeriscono l’idea della pancia di una nave e delle onde che si infrangono. Tutto lo spazio è vuoto e monocromo, scandito unicamente da prese della corrente che invitano a fare una pausa per ricaricare smartphone e macchine fotografiche. Decidiamo di approfittarne, ed è qui che la situazione si rovescia. Proviamo a sederci vicino ai dispositivi in carica, ma sulle superfici curve si sta scomodi, si scivola, ci sentiamo fuori posto. Riusciamo a ricaricare gli apparecchi per poco, perché lo sforzo di mantenersi in equilibrio diventa più fastidioso del beneficio ricevuto dalle prese. Una metafora della condizione attuale dei giovani architetti che si barcamenano sul mercato professionale investendo più energie di quante ne ricevono? Un riflesso dell’incertezza del presente? Eppure, nonostante l’evidente sensazione di precarietà, il blu elettrico dell’allestimento culla e tranquillizza. La difficoltà nel trovare il proprio posto – nel padiglione tanto quanto nel mondo – è compensata proprio da quel “blu senza confini/ privo di ogni traccia del sangue cattivo”. L’architettura, così come tutte le professioni alle quali aspirano giovani e freelance, si manifesta qui come un mare ricco e profondo che per essere navigato ha bisogno di una generosa dose di coraggio ed eroismo, che potrebbero anche non essere sufficienti per rimanere a galla.


Padiglione Albania “I have left you the mountain”
Neanche nel Padiglione Albania troviamo alcun render o modellino. Attraversiamo una parete di frange di plastica isolanti e siamo accolti da una litania che si diffonde nell’aria. Ci sono solo delle sedute bianche, ci accomodiamo allora su una di esse e iniziamo ad ascoltare. Si tratta di una serie di 12 melodie tradizionali che narrano con malinconia il dramma della lontananza e del distacco dalla propria terra. I curatori hanno chiesto a scrittori e poeti di comporre testi per raccontare l’esperienza dell’emigrazione e le parole sono state poi interpretate dai migliori musicisti polifonici albanesi. Oltre a essere terra di partenze, l’Albania è infatti anche la patria dei canti isopolifonici che dal 2005 sono entrati nella lista Unesco del patrimonio immateriale dell’umanità. Poesia e sobrietà, dunque: se spostarsi significa lasciare un luogo per raggiungerne un altro, il vuoto di chi è partito è riempito nel padiglione solo da suoni ancestrali, intangibili e nostalgici. Ancora una volta, l’architettura sembra riuscire nella incredibile sfida di rendere abitabile perfino l’assenza.

ggg
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Se Alejandro Aravena propone l’inventiva contro la scarsità e la pertinenza, contro l’abbondanza, proprio alla luce di queste idee i casi del Padiglione Serbia e del Padiglione Albania diventano dei territori in cui la riflessione sull’architettura si nutre di visioni capaci di inquadrare con coerenza la realtà e al contempo di rispecchiare con solennità i disagi più urgenti del contemporaneo.


Giulia Grassini