Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine fra una nazione e l’altra, ne la linea di divisione tra una fattoria e l’altra. Peccato che tu non possa sedere su una nuvola.

(Khalil Gibran)

Con questa frase di Gibran comincio il mio personale sguardo alla mostra ancora in corso (30 Aprile – 9 Luglio 2017) presso la Pinacoteca Comunale di Città di Castello (PG). L’aforisma in questione è stato enunciato dal poeta e filosofo libanese prima che i confini terrestri fossero ridisegnati dalle grandi guerre del ‘900. L’idea stessa di confine sarebbe dovuta mutare quando il 26 giugno 1945 venne firmato da quasi tutti i paesi del mondo lo statuto delle nazioni unite.

Eppure nel 2017 ci troviamo ancora a parlare di confini, di dogane, di mura che vengono innalzate e abbattute continuamente; cos’è andato storto? Come mai non riusciamo ancora a 72 anni di distanza a realizzare l’utopia dei nostri nonni?

In questo senso indagano gli artisti presenti in mostra, il loro ruolo non è soltanto quello di creare opere piacevoli allo sguardo, ma è soprattutto quello di richiamare la nostra attenzione su avvenimenti e comportamenti che più o meno si svolgono sotto i nostri occhi.

I nomi presenti in mostra fanno parte di quel palmarés di artisti riconosciuti dalla critica e presenti ormai da anni nel sistema dell’arte.

Prima stanza

La prima stanza si configura come un vero e proprio ingresso alla mostra, una sola opera contemporanea è circondata su tre pareti da antiche mappe provenienti dagli archivi cittadini, quell’unica opera: ciò che non siamo ciò che non vogliamo di Marco Baldicchi (1963) riempie da sola l’intera sala. Due croci latine, unite per il braccio più lungo formano un cavallo di frisia, strumento votato per eccellenza alla difesa dei confini, completamente ricoperto da filo spinato è ostile a noi visitatori in quanto ci impedisce simbolicamente l’accesso al resto della mostra; corredato però da leggerissime farfalle, il significato viene ribaltato completamente e la percezione che ne scaturisce lo relega a strumento ormai in disuso, memore di confini già combattuti. Se vogliamo quest’opera è un rapporto biunivoco fra pesantezza e leggerezza, fra un ostacolo e il superamento dello stesso, ciò che ci si pone in maniera ostile è per delle farfalle poco più di un trespolo, la natura in un certo senso si riappropria di quello che l’uomo ha ‘dimenticato’, l’essere umano non ha più bisogno di un ostacolo materiale, esso vive nel terrore della sua proiezione. L’ombra nella nostra mente del cavallo di frisia è in un certo senso l’ombra stessa dei confini geografici, linee puramente immaginarie che condizionano costantemente la nostra vita.


Seconda stanza

Il curatore chiama questa stanza Confini Traumatici e si apre davanti a noi oltrepassando l’opera dell’artista franco-egiziana Dina Danish, una semplice linea bianca a terra e una scritta leggibile solo nel momento in cui si varca la suddetta linea: You’ve crossed the line, non è solo il titolo dell’opera, ma è anche l’amara costatazione che l’essere umano si accorge realmente del confine (o punto di non ritorno a seconda della lettura) solo una volta che esso viene varcato.

Oltre questa linea ci attendono quattro opere di altrettanti artisti: alla nostra sinistra Pietro Ruffo (1978) con World Spring, opera realizzata dall’artista con la sua solita tecnica, che riporta un intricato gioco di arabeschi su di un planisfero con ben visibili gli slogan della primavera araba; alla nostra destra Mircea Cantor (1977) con The World belongs to Those Who Set it on Fire, realizzata con il fumo di una candela su carta, un mondo si realizzato con il fuoco, mezzo effimero e violento, ma dai contorni indefiniti, evanescenti, confini realizzati con il più leggero e mutevole dei medium, il fumo. Alle nostre spalle, nella parete d’ingresso Alighiero Boetti (1940 – 1994) con la serie Dodici forme dal 10 giugno 1967, fogli di carta con impressi sopra i confini di territori di interesse geopolitico, presi ed isolati dalla prima pagina della Stampa, appunto dal 10 giugno 1967; uno dei lavori sicuramente più noti e significativi dell’artista. Difronte a noi il meraviglioso lavoro di Margherita Moscardini (1981) Atlas. On the Human Condition. Space and Times, nel quale l’artista passa da una fotografia di un campo profughi (Luogo pieno di architetture ad uso abitativo pensate solo per servire i bisogni fisiologici dell’uomo e non per i bisogni intellettuali) ad un librone, un vero e proprio atlante, composto da disegni fatti dall’artista che reinterpretano avvenimenti storici contemporanei e non solo, dando spazio solo alle folle, in questo senso l’artista esclude completamente l’architettura degli spazi protagonisti delle proteste, lasciando che siano le persone presenti a ricostruire la stessa.


Terza stanza

Questo spazio ospita quattro artisti (6 opere).

A terra un Bukhara di Mona Hatoum (1952), in questo tappeto, l’artista, strappa alcune fibre fino a disgregare la silouttes dei continenti, questi ultimi, visti a planisfero tenendo però come centro il polo nord. In tal senso la Hatoum lavora con l’inversione dei pieni e dei vuoti, considerando come pieni gli oceani e come vuoti i continenti, un lavoro dalla fortissima carica semiotica che porta con sé oltre al suo significato anche la tradizione (il tappeto) del luogo d’origine dell’artista, il Libano.

Sopra troneggiano tre fotografie di Jon Rafman (1981) dalla serie The Nine Eyes of Google Street View, qui l’artista (uno dei massimi esponenti della cultura Post-Internet) si appropria di mezzi tecnologici alla ricerca del paradosso che si genera dall’incontro di una macchina fotografica automatica e un essere umano in cerca di significato, come afferma lui stesso. Un’attenta riflessione sul mondo d’oggi, nel quale senza spostarsi da casa, servendosi dell’occhio di Google chiunque può diventare un fotoreporter o un fotografo. I paesaggi e i soggetti catturati da questo artista con lo screen capture sono particolarissimi e ricchi di significato.

Nella parete opposta Nicolò Degiorgis (1985) e il suo libro Hidden Islam esposto su un piedistallo accanto ad una parete ricoperta con le pagine stesse del libro esposte in una serie ordinatissima. Questo volume è una raccolta fotografica di tutti i luoghi in cui i mussulmani si ritrovano per pregare nel nord-est italiano.

A metà della parete accanto, unico video presente in mostra, Sulla retta via di Filippo Berta (1977) nel quale una fila di persone si muovono su un bagno asciuga tracciando il confine momentaneo di dove si infrangono le onde, questo confine estremamente variabile fra terra e mare è in un certo qual modo paradigma dell’instabilità che regola la nostra collettività.

 


Quarta stanza

Lasciandoci alle spalle la sezione dei confini umani, ci ritroviamo in quella dei confini immaginari, dove è raccolto il maggior numero di artisti.

Al centro della stanza attira immediatamente la nostra attenzione un’opera di Giuseppe Spagnulo (1936 – 2016) intitolata Rosa dei venti; in realtà si tratta di un bozzetto per un’opera di grandi dimensioni in ceramica, nel quale non vi sono i classici segni della rosa dei venti, l’opera infatti si configura come un disco in terracotta nel quale il vento sembra aver infranto e spazzato via la parte centrale.

Alla sua destra un lavoro senza titolo di Claudio Parmiggiani (1943), un piccolo nido contenente tre mappamondi, l’opera, come ogni opera dell’arista emiliano, coglie immediatamente il nostro sguardo, aprendo in noi quel dialogo interiore, misto a ricordi, che solo il lavoro di un grande uomo come Parmiggiani può evocare.

Sempre su un podio, ma dal lato opposto della stanza, un’opera di Sandro Martini (1941), Cage Ilvala, appartenente alla serie delle Gabbie. Difronte uno degli elaborati del duo artistico Christo (1935) e Jeanne Claude (1935 – 2009), bozzetto parte del progetto Surrounded Island, Project for Biscayne Bay, Greater Miami, Florida, uno dei loro lavori più famosi, nel quale undici isole della baia di Miami vennero circondate da 603870 metri quadri di tessuto tecnico rosa. Con questo lavoro non solo Christo richiama l’attenzione su quegli elementi isolandoli dal contesto, ma crea un mondo magico, dove quelle isole (formate negli anni con l’immondizia della città) diventano luoghi mistici e carichi di nuovi significati diametralmente opposti all’originario ruolo di immondezaio, in tal senso il duo lavora per riqualificare questo luogo.

Nella parete difronte due fotografie dell marchigiano Mario Giacomelli (1925 – 2000) della seria Storie di terra, ci portano nel mondo dell’astrazione fotografica, in questi due scatti, i campi e le campagne tanto amate dall’artista, fotografate dall’alto, diventano un insieme di linea nitide e chiare, ricordando molto i lavori di artisti suoi contemporanei come Emilio Scanavino (1922 – 1986).

Sulla stessa parete una superba opera del ceco Jiri Kolar (1914 – 2002) dal titolo Un mondo sempre diviso, elaborato a collage di varie cartine geografiche che creano due territori immaginari separati da un canale. L’opera davvero interessante e visionaria è costituita da un fittissimo intreccio di toponimi e considerando che è stata prodotta nel blocco sovietico nei primissimi anni settanta, non può che richiamare in noi la costruzione del Muro di Berlino, accadimento di pochi anni precedente.

Difronte, l’ultima opera di questa stanza, Mappa di Paolo Icaro (1936), un grande foglio di carta che riporta un leggerissimo segno a matita, il mimo evanescente di una mappa; la carta increspata a sua volta crea un effetto di sfaccettatura simile ad irte catene montuose, a loro volta, costellate di piccoli puntini (Liquirizie, perline e quant’altro) che ricordano vagamente per dimensione e forma gli indicatori delle città sulle vere carte toponomastiche.


Quinta stanza

Quest’ultima stanza dedicata dal curatore ai confini biografici accoglie quattro opere.

Fra tutte al centro della stanza visibile fin dalla terza sala, Luca Vitone (1969), artista che trae il proprio fare dai luoghi che abita, presenta qui Der Zukunft Glaz (Berlin) opera in cui Vitone affronta i cambiamenti della città di Berlino (Suo luogo d’adozione) a seguito della caduta del muro, nell’opera usa oggetti che rinviene nella sua abitazione, la sua stessa finestra, diventa la finestra metaforica dalla quale osservare la mappa della città.

Sulla stessa parete è presente Europa (Italia), elaborato di Flavio Favelli (1967) una mappa, rinvenuta in uno stock di vecchie cartine geografiche, sulla quale l’artista è intervenuto mediante il collage per riempire le lacune create dal tempo. Favelli è artefice di un linguaggio estremamente personale ed interessante, basato sulla commistione fra storia e dato biografico.

Difronte troviamo un dipinto ad olio di Dim Sampaio (1975) intitolato Il giardino del Sig.re Sigmund.

Nella parete di destra a conclusione della mostra, una delle foto che documentano la performance di Adrian Paci (1969) Home to Go, nella quale l’artista albanese in mutande solleva sulla schiena un tetto in legno e tegole, che per l’arista è sia casa (ponendo l’attenzione sulla sua condizione di migrante), sia ali per spiccare il volo (dato che il tetto è capovolto e ricorda la forma delle ali), una lettura estremamente positiva del sentirsi “profughi”che trovandosi nella condizione di non avere una fissa dimora, possono essere più lanciati nello spiccare il volo verso la libertà; un esule porta con se tutto il necessario, la sua casa è se stesso e dove si trova in quel momento.


L.B.M.

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