Data la presenza di artisti provenienti da altre realtà rispetto a quella eurocentrica, ho deciso di stilare la classifica dei 10 artisti medio orientali e orientali che più saltano all’occhio all’arsenale della Biennale di Venezia 2019 May you live in interesting times.

 

10 – Julie Mehretu (Addis Abeba – Etiopia – 1970)

Le tele di Julie Mehretu sono incredibilmente complesse ed eccellenti nell’uso della scala e dello spazio negativo; trasmettono una sensazione di velocità. Nei suoi ultimi dipinti ha adottato un diverso tipo di disorientamento, producendo opere in cui l’aggiunta e la rimozione di tratti aerografati ed elementi serigrafati evocano un senso di dissipazione e perdita. I dettagli dell’imprimitura – basata, tra le altre cose, sulle fotografie di un centro di detenzione per migranti in Texas, della Grenfell Tower di Londra distrutta da un incendio e di un comizio a sostegno del politico di estrema destra brasiliano Jair Bolsonaro – non sono più visibili dal pubblico, queste immagini di fondo sortiscono comunque un effetto molto emotivo dettando il tono dell’opera.

9 – Nabuqi (Mongolia interna – 1984)

Fortemente impegnata nell’analizzare gli aspetti estetico-materiali degli oggetti scultorei, per l’artista è importante che l’imitazione dello spazio esterno si realizzi grazie a un assemblage di oggetti industriali i cui aspetti originari vengono mantenuti fedelmente: “Volevo ricostituire la condizione e le caratteristiche originarie dei materiali, anziché comprometterli con le mie mani, il che significava non esporre un’opera realizzata meticolosamente nello spazio espositivo. Volevo inoltre costruire un ambiente che appartenesse tanto al fuori (esterno) quando al dentro (interno). Tutti i materiali utilizzati in quest’opera hanno una natura decorativa, che dovrebbe simulare o stimolare una sorta di realtà, o alimentare l’immaginazione di un’estetica: un’estetica virtuale, gradevole e ospitale”.  Una simile riproduzione della realtà può essere percepita come parte della realtà stessa? Il pubblico prova gli echi emotivi che avrebbe esperito di fronte alla realtà? Queste le domande a cui le sue opere provano a rispondere.

8 – Yu Ji (Shanghai – Repubblica Popolare Cinese – 1985)

La produzione di quest’artista comprende performance, installazioni e performance anche se il processo scultoreo rimane il cardine della sua attività. Si concentra sull’idea di creare qualcosa che sia al di fuori di tempo, spazio e movimento, trasformando l’immateriale in un’entità fisica con l’utilizzo di pochissimi materiali. Nell’istallazione

Etudes-Lento IV, catene di ferro di varie lunghezze, coperte da una resina lucida che si è solidificata mentre colava, crea concrezioni simili ad arti avvolti da una sorta di fluido. Come tiene a specificare l’artista, si tratta di materiali che sono già stati utilizzati più volte. Tale approccio focalizzato sull’esterno dà origine a opere che mostrano frammenti o astrazioni del corpo e sfoggiano segni del lavoro fisico che è stato necessario per la sua creazione.

7 – Slavs and Tatars (collettivo)

Fondato nel 2006, Slavs and Tatars ha iniziato come club del libro e si è evoluto in un collettivo di artisti la cui multiforme pratica è comunque rimasta molto vicina al linguaggio, sia in termini letterali che figurativi. Il loro lavoro, che spazia da sculture e installazioni a conferenze, spettacoli e pubblicazioni, è un approccio di ricerca non convenzionale alla ricchezza e alla complessità culturale dell’area geografica racchiusa tra due barriere simboliche e fisiche: l’ex Muro di Berlino e la Grande Muraglia cinese. Questa vasta terra è dove est e ovest si scontrano, fondendosi e ridefinendosi a vicenda. Dillo Plaza offre ai visitatori l’opportunità di recuperare energie durante la visita  alla Biennale, grazie a un succo di salamoia. Scopo degli artisti è rivendicare le origini dell’antico metodo di fermentazione. Se il linguaggio incarna la cultura, lo stesso vale per una specifica tradizione culinaria, una vera e propria miniera storica in un’accezione molto carnale.

6 – Otobon Nkanga (Kano – Nigeria – 1974)

La produzione di Otobong Nkanga, che affronta le tematiche spesso violente degli spostamenti e dello scambio di minerali, energia, merci e persone, ci ricorda che gli oggetti e le azioni non sono isolati: esiste sempre un legame, un impatto. “Nessuno di noi vive in una condizione statica”, ha dichiarato l’artista. “Le identità sono in continua evoluzione, e quelle africane sono molteplici. Pensiamo per esempio alla cultura nigeriana, senegalese, keniana, francese o indiana: è impossibile parlare di un’identità specifica senza parlare dell’impatto che hanno avuto il colonialismo e lo scambio di merci, beni e cultura”. Nella scultura Veins Aligned la vena si snoda per quasi 26 metri, composta da vetro e marmo dalle sfumature color carne, fa pensare a una lunga linea disegnata a mano e a un fiume: le chiazze di vario colore richiamano l’inquinamento. Per l’artista l’attività mineraria è uno sfruttamento coloniale e post coloniale di risorse naturali e una metafora dell’esplorazione del grande flusso ciclico del tempo.

5 – Sun Yuan e Peng Yo (Beijing e Heilongjiang – Repubblica Popolare Cinese – 1972 e 1974)

La collaborazione artistica tra Sun Yuan e Peng Yu ha avuto inizio nel 2000. Nel 2009 hanno creato l’installazione Sun Yuan Peng Yu, un autoritratto che descrive il rapporto e le dinamiche del loro sodalizio artistico. Un cerchio di fumo veniva ripetutamente dissipato da una scopa collegata a un braccio meccanico che muoveva l’aria: non appena il fumo ricompariva, la scopa lo disperdeva. Per Sun e Peng l’istante in cui i due elementi si incontravano – e l’uno annullava l’altro – rappresentava un momento di creazione artistica congiunta all’interno della loro pratica. Pressoché tutte le installazioni di Sun Yuan e Peng Yu hanno lo scopo di suscitare meraviglia e tensione nel pubblico, e il gesto di guardare, talvolta di sbirciare. Nell’opera che presentano all’arsenale, la tranquillità di un seggio marmoreo è interrotta dalle eruzioni provenienti da un tubo di gomma: sbuffi d’aria altamente pressurizzata intaccano il marmo e ciò che lo circonda. Osservando meglio si riconosce nello scranno le forme della seduta di Abramo Lincoln all’interno del Lincoln Memorial di Washington, una sottile critica all’americocentrismo contemporaneo che va pian piano sbriciolandosi sotto i passi del dragone cinese.

4- Anicka Yi (Seul – Corea del Sud – 1971)

Le creazioni multiformi di Anicka Yi destabilizzano le linee di demarcazione tra organico e sintetico, scienza e finzione, umano e non umano, sulla scorta di quella che l’artista descrive come ‘biopolitica dei sensi’. Ispirandosi alle recenti ricerche in materia di biologizzazione della macchina, Yi ha costruito un nuovo corpus di opere in cui rivolge l’attenzione all’apparato sensoriale della macchina, chiedendosi come stabilire nuovi canali di comunicazione tra intelligenze artificiali (IA) e forme di vita organiche. In Biologizing the Machine, si rivolge alle alghe, la maggiore biomassa del pianeta. Appese al soffitto, le sculture biomorfiche incandescenti richiamano immagini di organismi amorfi: lumache, tumori, uova di insetto, organi umani. Sotto sono adagiate sfere di acrilico piene di liquido amniotico. Questo aspetto incoraggia l’associazione con i fluidi corporei, la contaminazione, la malattia ed evoca la melma marina, la muffa che da secoli pervade e degrada la città di venezia.

3 – Halil Altindere (Mardin – Turchia – 1971)

Attraverso video, fotografie, installazioni e dipinti, Halil Altındere esamina la politica della quotidianità. Attento osservatore dei meccanismi sociopolitici e del modo in cui invadono lo spazio degli individui, l’artista sfrutta spesso gli stessi mezzi con cui le istituzioni degli stati-nazione impongono l’autorità e circoscrivono la diversità. L’artista si appropria di carte d’identità, francobolli, banconote, prime pagine di quotidiani, slogan militaristi e immagini di leader politici per rovesciare la manipolazione e la normalizzazione sociale o politica.

Di origine curda e cresciuto durante l’apice del conflitto turco-curdo, Altındere tratta poi la tematica dell’abbandono e dei maltrattamenti subiti dalle minoranze in varie opere. Inoltre negli ultimi anni si è occupato della crisi globale dei migranti in diversi lavori, tra cui Space Refugee(2016), una serie ispirata agli incontri tra l’artista e Muhammed Ahmed Faris, il primo e unico cosmonauta siriano, che nel 1987 viaggiò nello spazio come membro di una spedizione sovietica. Il suo padiglione Neverland approfondisce la critica che l’artista muove all’emarginazione dell’identità perpetrata dagli apparati statali: l’opera sottolinea infatti l’assenza di coloro che non rientrano nei parametri della rappresentazione nazionale.

2 – Shilpa Gupta (Mumbai – India – 1976

Shilpa Gupta si concentra sull’esistenza fisica e ideologica dei confini, svelandone le funzioni arbitrarie e insieme repressive. La sua pratica attinge alle aree interstiziali tra Stati-nazione, alle divisioni etnico-religiose e alle strutture di sorveglianza, tra i concetti di legale e illegale, appartenenza e isolamento. Le situazioni quotidiane vengono distillate in gesti concettuali concisi, sotto forma di testo, azione, oggetto e installazione attraverso cui Gupta affronta i poteri impercettibili che regolano le nostre vite in qualità di cittadini o di individui apolidi. In For, in your tongue, i cannot fit, ha costruito una sinfonia di voci registrate che declamano o intonano versi di cento poeti incarcerati a causa della loro produzione o della loro appartenenza politica. Poesie composte fra il VII secolo ed oggi.

And the Winner Is…

Tarek Atoui (Beirut – Libano – 1980)

La pratica di Tarek Atoui, che unisce musica e arte contemporanea, amplia il concetto dell’ascolto attraverso performance sonore partecipative e collaborative. Influenzato dal lascito degli open form ideati dagli artisti degli anni Sessanta del secolo scorso, che estesero la comprensione della musica avvicinandola all’ambito dell’arte visiva, Atoui concepisce e allestisce ambienti complessi in cui coltivare il suono. Attraverso installazioni, performance e collaborazioni, scompone le aspettative legate alla performance – dal punto di vista sia del performer sia del pubblico –, proponendo modalità molteplici (visiva, uditiva e corporea) con cui fruire dell’esperienza.

The Ground, che unisce modalità percettive del suono visibile; è uno spazio sonoro variabile, il risultato del viaggio durato 5 anni che l’artista ha intrapreso lungo il delta del fiume delle perle, in Cina, insieme ad alcuni membri del Vietnam Creative Space.


L.B.M.