Non credo che per cambiare le cose si debba per forza essere “contro”

LIU BOLIN

Girovagando per i magnifici stand di Artefiera, ci imbattiamo nella galleria Boxart di Padova, dove tra le altre, sono esposte tre straordinarie opere fotografiche. Ad un primo, sfuggente sguardo si possono ammirare tre scatti che riproducono celeberrimi luoghi del patrimonio artistico nazionale; solo dopo una seconda accurata ispezione compare una figura umana, una sorta di scultura vivente. Essa appare e scompare, come un fantasma, fluttua sullo sfondo creando un gioco ottico, l’illusione di un’entità unica che fa parte del tutto. Siamo di fronte agli ipnotici ritratti camaleontici, frutto di un accurato body-painting e perfetto gioco prospettico dell’artista cinese Liu Bolin. Noto per i suoi scatti fotografici, nei quali il corpo umano si fonde con il contesto che lo circonda, si presenta nella sua figura come un uomo ad occhi chiusi quasi in uno stato di torpore, tra la beatitudine e la morte. Definito“l’uomo invisibile”, raggiunge la fama internazionale come l’artista che ha fatto del camouflage il suo tratto distintivo. Nato in Cina nel 1973 si forma all’Accademia Centrale d’Arte Applicata come studente del noto artista Sui Jianguo. Liu appartiene alla generazione che vide la Cina risorgere dalle ceneri della Rivoluzione Culturale e iniziare a intraprendere una veloce crescita economica e stabilità politica. Artista multidisciplinare, è conosciuto soprattutto per la sua serie di foto Hiding in the City, dove usando pittura, fotografia, scultura e performance, sparisce in una varietà di contesti urbani, oggetti, e architetture, andando ad indagare i modi in cui i luoghi dove viviamo danno forma alle nostre identità. In una recente intervista di Beatrice Benedetti,direttore artistico di Boxart, che lo interroga sulle origini del suo lavoro, egli afferma: «Attraverso le mie opere, ho sempre cercato di sviscerare le contraddizioni dell’uomo contemporaneo, e di indagare nel profondo il rapporto tra la civiltà creata dall’uomo e l’uomo stesso.». Questa ricerca inizia nel 2006 nel Suojia Village di Pechino, come opera di ribellione per lo smantellamento da parte delle autorità governative, del quartiere nel quale si trovava lo studio artistico di Liu. In quest’occasione l’artista si mimetizza per la prima volta, con le macerie del quartiere stesso per dimostrare la sua appartenenza a quel contesto, luogo in cui egli è nato e che lo contraddistingue. Liu Bolin inizia così la messa a punto di un personalissimo linguaggio che lo porta ad intraprendere un viaggio attraverso i luoghi tipici di Pechino e della Cina. Dal 2008 è l’Italia a entrare nel mirino del camaleontico artista, in particolare le bellezze del suo patrimonio storico-artistico. Nasce Hiding in Italy, ciclo di fotografie realizzate in collaborazione con la Galleria Boxart. Nell’indagine del rapporto tra contesto e uomo, pone la sua attenzione sulla fortissima discrepanza tra l’Italia e il paese natale. In Cina, la creazione di nuovi spazi porta in modo sempre più frenetico alla distruzione di luoghi storici, ed è la gente comune a preferire il cambiamento. Sempre nell’intervista della Benedetti Liu Bolin afferma come: «Da noi l’antico è rarissimo e normalmente è molto rovinato, o non esiste più, perché distrutto. » in Italia al contrario «l’arte si respira nell’aria e io sono molto ammirato da questo concetto. l’Italia e la Cina sono allo stesso modo l’una sorgente della cultura occidentale, l’altra di quella orientale.» Il significato degli sfondi scelti da Liu Bolin, siano essi monumenti o semplici muri, architetture, segnali stradali, scaffali del supermercato o cabine del telefono, resta aperto. Ed è proprio questa apertura che permette all’atto di stare in piedi di fronte ad essi, “nascondendosi” in essi, di esser letto come un tentativo di dialogo tra la memoria storica e l’esperienza personale. Una testimonianza silenziosa, ad occhi chiusi. E’ il disperato tentativo umano di accettare e adattarsi sempre ad ogni situazione. Torna una seconda volta in Italia, prima per lavorare al progetto Fade in Italy, concentrandosi sulle eccellenze e sul patrimonio produttivo italiano, poi al progetto Migrants, che racconta l’attuale fenomeno dei processi migratori dall’Africa all’Europa. Anche qui sceglie di fondersi con l’ambiente. O forse è più appropriato affermare che è l’ambiente stesso che lo inghiottisce. L’ultimo progetto“Back to Italy”, ha portato l’artista cinese a scattare cinque nuove foto in due prestigiosi siti storico-artistici: il Colosseo e la Reggia di Caserta. «Il Colosseo non appartiene solo all’Italia, ma è un simbolo dell’intera civiltà umana. Scomparire nell’antico Colosseo in Italia ha un immenso valore per me, è un tributo a tutta la civiltà umana ed è anche un tentativo di conciliare l’arte contemporanea con l’arte classica.» In occasione di Artefiera a Bologna è proprio un’opera di questo progetto che viene premiata con il premio Consultinvest: “Sala del Trono, Reggia di Caserta”. Il premio viene conferito a un artista emergente o di recente scoperta e consiste nell’acquisto di un’opera d’arte, vista come vero e proprio investimento. Dalla sua prima personale a Pechino nel 1998, il lavoro di Liu Bolin ha ricevuto riconoscimenti internazionali. Tra gli altri eventi, le sue foto e le sculture tipiche della sua produzione sono state esposte nei più importanti festival di fotografia contemporanea. Gli scatti tra i marmi dell’Anfiteatro Flavio e le forme barocche della Reggia di Caserta saranno presentati in anteprima mondiale a Roma (dal 2 marzo al 1 luglio 2018 al Complesso del Vittoriano, Ala Brasini), insieme a 70 fotografie frutto di dieci anni di lavoro in collaborazione con la Galleria Boxart. Sette cicli tematici ripercorrono la poetica dell’artista: dalle prime opere della serie Hiding in the City fino ai giorni nostri, in un viaggio ideale tra la Cina e l’Italia. Un viaggio che continua nel mondo con la sezione Hiding in the rest of the world, in cui l’artista si fa ritrarre a Londra, Parigi, New York, Nuova Delhi, Bangalore. Nelle tappe di questo itinerario, tuttora in corso, Liu Bolin riesce ad affrontare in maniera neutrale, seppur consapevole, temi sociali di stretta attualità, come la frenesia del consumismo, che emerge in Shelves, o il nodo dell’immigrazione in Migrants, fino alle Cooperations, ovvero immagini create per campagne pubblicitarie di grandi fashion brand italiani e francesi, dimostrando come l’arte s’intrecci sempre strettamente alla realtà in tutta la sua
complessità e contraddizione.

«Il camaleonte ha la straordinaria prerogativa di cambiare colore per uniformarsi al colore dello
sfondo come forma di auto-protezione.[…]
Gli esseri umani non sono animali perché non sanno proteggere se stessi».

LIU BOLIN


Lavina Bonucci

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